loc_storiepiccine16_web-page-001 (1)Alcuni studi dimostrano che la lettura condivisa crea circuiti cerebrali nuovi e aumenta la massa neurale dei bambini piccoli.

Il complesso di conoscenze, attitudini e abilità necessarie per sviluppare le abilità di lettura, si sviluppa progressivamente nei primi anni di vita (emergent literacy), su basi geneticamente determinate e in relazione  con quanto offre l’ambiente, in particolare  dal punto di vista della stimolazione verbale.

L’esperienza della lettura condivisa contribuisce, soprattutto nelle primissime epoche della vita, a definire l’architettura delle circonvoluzioni  cerebrali, favorendo la determinazione di competenze e indirizzando tratti del carattere, in definitiva associandosi alla genetica nel definire come funziona  il nostro cervello, e quindi chi siamo.

L’apprendimento inizia già in utero, i neonati a termine hanno già memorizzato la voce materna e sono sensibili alle proprietà prosodiche  della loro lingua madre.

Gran parte delle basi per l’apprendimento del linguaggio vengono poste nel 1° anno di vita sulla base dell’esposizione al linguaggio familiare. Assieme a questo vengono appresi gli elementi di fonologia, prosodia e segmentazione delle parole che costituiscono i presupposti della lettura. Cioè il cervello del bambino si attrezza per processare gli stimoli verbali, prima ascoltati e poi visti, prima di imparare a leggere. La consapevolezza fonologica è l’abilità più predittiva delle abilità di lettura.

Nei bambini che possono giovarsi di un ambiente familiare dove la pratica della lettura è più precoce, frequente e di qualità vengono stimolati e quindi sviluppati circuiti neuronali più robusti a supporto della narrazione.

L’attivazione di aree cerebrali specifiche quando si ascolta una storia e quindi la capacità di “vedere” quanto si sta ascoltando, quell’incantamento che i bambini provano durante l’ascolto di una storia, migliora la comprensione narrativa e la capacità di ricordare, ciò è correlato alle abilità di lettura a 11 anni.

Nati per Leggere Piemonte si propone di garantire il diritto dei bambini ad essere protetti non solo dalla malattia e dalla violenza, ma anche dalla mancanza di adeguate occasioni di sviluppo affettivo e cognitivo, attraverso sane relazioni adulto-bambino mediate da buoni libri.

Ogni anno propone Storie Piccine, una settimana di letture ad alta voce di storie, fiabe, racconti e filastrocche, nei luoghi frequentati dai bambini piccoli e dalle loro famiglie (nidi, biblioteche, ospedali, ambulatori pediatrici).

 

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"Se nella parola genitore è iscritto l’atto del generare, nella parola genitorialità dovremmo trovare, seppure in maniera condensata, quello che la società si aspetta dagli adulti in quanto genitori; di conseguenza quello che lo Stato fa per sostenere la funzione genitoriale.

Siamo subito in un rapporto dialettico tra privato e pubblico, tra quella che è una spinta creativa largamente sostenuta da un bisogno di portare a compimento una propria visione di sé e del mondo, di buttare uno sguardo oltre il limite delle proprie esistenze e, d’altra parte, un compito pubblico che la società assegna che è quello di educare.

Sul generare la questione è oggi assai complessa: si genera sempre più tardi rispetto al periodo naturalmente fertile della donna, si genera per procura, la coppia genitoriale non ha più confini stabili e ristretti, ma si estende alle coppie omosessuali, alle famiglie allargate che devono affrontare equilibri delicati tra figli di genitori diversi, nei casi di fecondazione eterologa la coppia genitoriale è caricata dalla fantasia di un terzo, il donatore, presente nei pensieri anche se sconosciuto. Pensieri che conoscono bene i genitori adottivi, con l’aggiunta del compito di lenire una ferita all’origine.

Inutile aggiungere che in un quadro di tale complessità l’intervento pubblico, che in Italia è da sempre carente, rischia di naufragare o di essere manipolato a seconda delle scelte politiche o delle regole religiose.

Eppure i genitori sono, tra gli umani, gli esseri più esposti a quello che (a partire dal saggio di Freud del 1914) chiamiamo il lavoro del lutto. Tale lavoro, che significa la capacità di trattare con i sentimenti di delusione che inevitabilmente gli "oggetti" ci infliggono, è, nel caso dei genitori, diretto a una costante ricerca di equilibrio tra la necessità di investire i propri figli, sui propri figli, di tifare per loro, e una continua, vigile attenzione a che le aspettative nei loro confronti non costituiscano una cappa soffocante e le inevitabili delusioni non scardinino, magari silenziosamente, la fiducia e la speranza. Fiducia anche nel proprio ruolo di genitori, speranza nelle rispettive risorse.

E' lavoro di lutto quello che accompagna la nascita e che confronta i genitori allo scarto inevitabile tra bambino immaginato e bambino reale; è lavoro di lutto l'inserimento al nido, alla scuola materna, alla scuola elementare, ampliato dai primi non sempre incoraggianti confronti con altri modi di essere bambini, di essere genitori, di essere educatori; è lavoro di lutto quello che si presenta di fronte al figlio adolescente, in quanto esso mette al vivo, più degli altri momenti citati, assieme al tifo per il successo dei figli, il problema del succedersi delle generazioni e quindi il problema della propria morte.

Come resiste la coppia a questo tipo di pressioni? Come si distribuiscono compiti e ruoli tra i due o più genitori, quando le famiglie si allargano? Come lo Stato e le Istituzioni intervengono o potrebbero intervenire a rendere il lavoro dei genitori meno impossibile? E infine che cosa può dire, suggerire e fare la ricerca psicoanalitica al riguardo?

APPROFONDIMENTI

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Nascita della genitorialità

A cura di Sandra Maestro

Da sempre la psicoanalisi si è interessata della costruzione dei primi legami tra il neonato e le sue figure di attaccamento, la madre e il padre, per offrire dei modelli interpretativi sulle fasi iniziali dello sviluppo psicoaffettivo e dare al tempo stesso delle chiavi di lettura della sofferenza e del disagio.

Winnicott sosteneva che, "non esiste un bambino senza la madre". Questa affermazione, apparentemente paradossale, sta a significare che per comprendere il comportamento di un bebè, il filtro che l'osservatore deve utilizzare è quello dato dalle "rappresentazioni", consce e inconsce che i genitori hanno di lui.

Ma da dove scaturiscono queste rappresentazioni? Secondo Palacio Espasa ogni individuo nel diventare adulto sedimenta nel proprio inconscio delle immagini di se stesso bambino e dei propri genitori che vanno a costituire delle "identificazioni". Tali identificazioni si riattivano con la nascita del bambino nel complesso processo trasformativo che l'autore definisce "lutto evolutivo". La nascita del bambino comporta, infatti, l'inclusione di una "neoformazione" nella personalità del genitore, il "bambino reale", per natura diverso da quello immaginato, e la perdita dello statuto esclusivo di figlio, che normalmente tende a risolversi con l'identificazione da parte del neo-genitore con i propri genitori. Ma il bambino reale non è mai solo "il bambino", ma è anche il "bambino che i genitori avrebbero voluto essere..." e specularmente i genitori si identificano con "i genitori che avrebbero voluto avere..." Questa "gioco "di identificazioni incrociate è cruciale per la formazione dei primi legami ed è una delle chiavi di lettura per comprendere le interazioni tra genitori e figli.

Quindi per capire qualcosa di un bambino dobbiamo anche vedere ed ascoltare le persone che si prendono cura di lui. Dal punto di vista di Winnicot la "cura" prevede:

1) la "preoccupazione materna primaria" ovvero una condizione mentale della madre di intensa e totale dedizione al neonato capace di alimentare in lui l'illusione di essere tutt'uno con lei;

2) l'holding ovvero la capacità della madre di fungere da contenitore delle angosce del bambino, intervenendo per soddisfare i suoi bisogni emotivi e riuscendo a mettersi da parte nel momento in cui il bambino non ha bisogno di lei;

3) la "madre sufficientemente buona" cioè una madre che attivamente si adatta alle necessità del bambino, un adattamento attivo che a poco a poco diminuisce a seconda della capacità del bambino che cresce, di tollerare la "disillusione" e la frustrazione, conseguente al venir meno della totale corresponsione materna ai suoi bisogni emotivi.
Per Bion un'altra dimensione della cura materna è data dalla funzione di rêverie, ovvero uno stato mentale aperto alla ricezione di tutti gli stimoli provenienti dal bambino e in particolare alle "identificazioni proiettive" legate alle intense angosce di morte, elicitate nel neonato dalla condizione di assoluta dipendenza. Attraverso la sua "funzione alfa", ovvero attraverso la sua capacità di pensiero, la madre metabolizza le ansie del bambino e gliele restituisce in un modo per lui più tollerabile.
Indipendentemente dalla declinazione che il concetto di cura ha per la psicoanalisi, il ruolo del padre è centrale, inizialmente per il sostegno dato alla madre, successivamente per la sua funzione di modulatore della separazione all'interno della coppia madre-bambino e per consentire passaggio da legami di tipo diadico a legami di tipo triadico.

Quindi per la psicoanalisi una dimensione centrale dell’ "l'ambiente" di crescita del bambino è rappresentata dall'assetto emotivo e dall'intrapsichico dei genitori, per la cui comprensione ed esplorazione servono contesti e strumenti specifici"

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Gravidanza in adolescenza- psicologo a Torino

Raramente programmata, solitamente inattesa, la gravidanza in adolescenza è un fenomeno che riguarda il 2% delle nascite in Italia: non una percentuale alta come in America, dove le ragazzine che diventano mamme tra i 14 e i 19 anni sono il 6%, ma pur sempre un dato allarmante, dal momento che negli ultimi tempi i casi di bambini figli di minorenni stanno aumentando.
L'età del primo rapporto sessuale si è abbassata notevolemente ma permane un'ignoranza sulla contraccezione e sul funzionamento del proprio apparato riproduttivo che sono la principale causa di gravidanze indesiderate.
Se in alcuni casi la gravidanza in adolescenza viene portata avanti, in altri le ragazzine decidono di interromperla:ma in entrambe le situazioni la scelta è comunque difficile e talvolta traumatica.

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“16 Anni incinta”
In America da qualche anno alcuni canali televisivi trasmettono il programma “16 anni incinta” in cui si parla di adolescenti che stanno per diventare genitori; il format è ormai sbarcato anche in Italia proprio perché questa situazione non è così inusuale.
Ma cosa accade quando un'adolescente scopre di aspettare un bambino? Cosa dovrebbe fare? E i genitori come dovrebbero comportarsi?
Una gravidanza in adolescenza è il più delle volte casuale; può essere la conseguenza di un rapporto occasionale con un coetaneo oppure di una relazione ma non è comunque quasi mai cercata.
La prima cosa da fare quando le mestruazioni sono in ritardo e la ragazza ha avuto rapporti sessuali completi è un test di gravidanza, perché prima si scopre la gravidanza più tempo si ha per qualunque decisione.
Se il risultato è positivo è normale, vista la giovane età, andare in tilt, non sapere cosa fare e soprattutto sentirsi confuse; a questo punto però, dal momento che si è minorenni, è fondamentale parlare con i genitori e poi con il padre del bambino.
Chi non sa quali parole usare e ha bisogno di sostegno sia psicologico che medico, può rivolgersi ai consultori, dove il personale esperto è preparato ad aiutare le ragazzine in difficoltà.

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aquilonivaccini

Pochi temi legati alla salute scatenano dibattiti accesi quello delle vaccinazioni e l’argomento è, recentemente, tornato di grande attualità. Ma quali sono le ragioni più profonde alla base della paura delle vaccinazioni? La risposta è complessa. Le motivazioni del rifiuto fanno capo a meccanismi psicologici e cognitivi scritti nella natura umana, in parte legittimi e comprensibili.

Innanzitutto stiamo parlando della tutela del bene più prezioso, la salute propria e dei propri figli, reazioni emotive e di preoccupazione sono legittime. Il primo ostacolo “psicologico” è che, con la vaccinazione, sto facendo un atto medico volontario e attivo a una persona sana. La percezione dei rischi viene ingigantita dal fatto che ci stiamo dando la possibilità anche remota, di avere effetti collaterali per una minaccia (la malattia contro cui ci vacciniamo) che al momento della vaccinazione non abbiamo, perché siamo sani, e che percepiamo come lontanissima e, quindi, di fatto, impossibile da contrarre. Si tratta di una comune distorsione cognitiva: noi non vediamo più i danni di moltissime malattie infettive nella nostra vita quotidiana e “l'assenza di alcune malattie è come la libertà, ti accorgi di quanto sia importante solo quando l'hai persa».

Un altro fattore che può falsare la percezione dei rischi da vaccinazione è costituito dal verificarsi di un evento temporalmente successivo a una vaccinazione, ma non causato dalla vaccinazione. In questo caso il nostro cervello è portato a trarci in inganno, perché è biologicamente predisposto a trovare connessioni causa-effetto nel mondo che ci circonda, anche quando non ci sono. Il nostro sistema immunitario può gestire simultaneamente fino a 10.000 componenti antigeniche differenti eppure quei 6/7 antigeni a cui scegliamo volontariamente di sottoporlo ci sembrano responsabili di conseguenze terribili.

Così come ci ricorda quotidianamente la pubblicità qualunque farmaco può avere effetti indesiderati anche gravi. Bambini che hanno subito rari ma reali danni da vaccino ce ne sono stati e ce ne saranno ancora anche se il loro numero è molto inferiore a quello indotto dalle malattie per cui esistono i vaccini. Vaccinare equivale a rischiare ma l'alternativa, ovvero non vaccinare, è un rischio altrettanto se non di certo più grave da sostenere.

Quindi la scelta del genitore è sicuramente impegnativa e carica di pensieri. Il genitore ha diritto ad essere informato in maniera imparziale ed oggettiva. I sanitari hanno il compito etico/professionale di non esimersi dal condividere le informazioni e le evidenze scientifiche accurate. La scelta va anche sostenuta ed accompagnata e non sempre la modalità più partecipativa è la più efficace. Uno studio intitolato “The Architecture of Provider-Parent Vaccine Discussions at Health Supervision Visits”, pubblicato su Pediatrics nel 2013, ha esaminato il modo in cui i sanitari hanno discusso le raccomandazioni vaccinali con i genitori e come le diverse tecniche possono avere un impatto d'approvazione dei vaccini. Lo studio ha determinato che, se un sanitario avvia una conversazione con raccomandazioni sulle vaccinazioni utilizzando un “metodo presuntivo”, (come ad esempio: "Beh, dobbiamo fare qualche vaccinazione"), piuttosto che una modalità più partecipativa (come "Che cosa volete fare con le vaccinazioni?"), i genitori sono stati più propensi ad accettare con serenità le raccomandazioni del sanitario ed anche i genitori inizialmente esitanti hanno accettato le raccomandazioni alle vaccinazioni fornite dal sanitario se lo stesso ha continuato a perseguirle mostrando di non desistere dalle proprie convinzioni. Insomma i genitori per superare le normali preoccupazioni che talvolta gli impediscono la scelta necessitano di una guida sicura e di poter esporre i propri dubbi senza che questi gli vengano rimandati dal sanitario. D'altronde non ci aspetteremmo mai che un cardiochirurgo ci chieda: Vostro figlio ha un grave difetto interatriale, che cosa volete fare a riguardo?.

perchè piangi psicologo infantile torino

Che significato ha? 

Il neonato, come ogni individuo, esprime lesue esigenze e i suoi sentimenti e lo fa, nel primo periodo della vita, anche e soprattutto attraverso il pianto. Questo rappresenta quindi la forma di comunicazione dei primi giorni di vita: è il linguaggio del bambino che richiama l'attenzione dei genitori per richiedere nutrimento, aiuto, protezione e conforto. É compito importante dei genitori imparare ad ascoltare e ad interpretare correttamente tale linguaggio.

Cosa fare?
É comprensibile che per molti neo-genitori sia difficile astenersi da un intervento immediato quando sentono il loro bimbo piangere disperato. Il consiglio è invece quello di attendere alcuni istanti prima di intervenire per cercare di capirne le motivazioni, senza "tamponare" (magari offrendo meccanicamente il ciuccio) e far tacere il piccolo non avendo compreso le sue richieste.

Il neonato ha bisogno di sviluppare la sua "voce", di esprimersi e comunicare: le radici della modalità di espressione vengono infatti poste fin dai primi giorni di vita.

Perché piange?
Il piccolo bimbo può piangere perché ha fame, ha il pannolino sporco, l'ambiente che lo circonda è troppo caldo o troppo freddo, se i rumori di sottofondo sono tali da provocargli fastidio o disagio o se ha dolore. Anche lo stato d'animo dei familiari può esserne causa, in quanto l'eccessivo nervosismo o ansietà possono trasmettersi facilmente.

Ascoltando le caratteristiche del pianto, in particolare il suo timbro, la sua intensità e durata, si possono ricavare tante informazioni. Molto schematicamente si possono individuare:
- il pianto da fame: il cui l'inizio è a bassa intensità per poi divenire più forte e ritmico;
- il pianto da dolore: intenso, forte fin dall'inizio e prolungato nel tempo con, a seguire, una fase di silenzio e presenza di singhiozzi alternati a brevi inspirazioni;
- il pianto da collera: simile al pianto da fame, ma con tonalità più bassa ed intensità costante.

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Che fare per tranquillizzarlo?
Occorre entrare in comunicazione con il bambino, senza eccessivi schematismi. Se il pianto non nasce da qualcosa che provoca dolore, fastidio, fame o sete probabilmente deriva dalla necessità di vicinanza e/o di contatto ed attenzione da parte dei genitori; sarà facile verificarlo facendo sentire la propria presenza senza paura di esagerare e di viziarlo. Nel tempo, il sentirsi vicini avverrà non soltanto attraverso il contatto fisico, ma anche e soprattutto attraverso la vista e l'ascolto della voce (soprattutto della mamma e del papà).
Se invece il pianto è frequente, difficile da interpretare ed il pediatra curante non individua una causa patologica, si può incoraggiare il bambino, con gradualità, a calmarsi da solo: i neonati, infatti, sono dotati fin dalla nascita di un sistema interno di auto-consolazione rappresentato dal riflesso di suzione e proprio dal pianto. Intervenendo non subito, ma dopo un lasso di tempo da aumentare gradualmente giorno dopo giorno, in molti casi l'intervento dei genitori non si renderà più necessario in quanto sarà il bambino stesso a smettere in breve tempo di piangere avendo imparato a calmarsi e rilassarsi.

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L'associazione Aquiloni sui temi dell'infanzia propone un ciclo di incontri presso il Negozio Pannolini e Affini aTorino, in via Monastir 8.

 

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"Con l’adolescenza, il figlio bambino “scompare” prendendo le distanze dal rapporto con i genitori.

I profondi cambiamenti che ne derivano, portano spesso mamma e papà ad essere relegati in “panchina”.

Un figlio adolescente vuole fare da sé e sente che è arrivato il momento di poter gestire le relazioni della propria vita. Ciò non significa abbandonare il proprio ruolo di genitore ma vuoldire limitarsi ad osservare l’adolescente che cambia, scegliendo di stare un passo “dietro” la scena familiare.

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LA SVILUPPO DELL’IDENTITÀ DELL’ADOLESCENTE

Secondo la teoria degli stadi esistenziali postulata da Erikson, l’adolescenza corrisponde allo stadio della “crisi d’identità”, la cui soluzione sta nell’abbandonare l’identità della fanciullezza e nel costruirne una nuova e più adeguata per l’ingresso nell’età adulta. La soluzione buona di questa crisi, secondo lo stesso autore, porta ad un’identità positiva e capace di perseguire finalità precise per sé e per la società.

Molti psicologi dello sviluppo non concordano con l’idea di Erikson che la ricerca di una propria identità implichi necessariamente una “crisi”, ma quasi tutti sono d’accordo nel ritenere che l’adolescenza è un periodo in cui i giovani adottano, consciamente o no, regole di comportamento tali da permettere il realizzarsi di questo passaggio.

L’acquisizione dell’identità implica un conflitto assai rilevante per la persona e si realizza nell’adolescenza e nella giovinezza, periodo in cui la dotazione biologica dell’individuo ed i processi intellettuali devono incontrare le attese sociali per una dimostrazione adeguata di funzionamento adulto. L’identità dipende dal passato e determina il futuro, è radicata nelle esperienze dell’infanzia e serve da base su cui incontrare poi la vita futura ed i compiti vitali connessi.

Allo strutturarsi dell’identità dell’adolescente contribuiscono oltre che la sua dotazione biologica, i vari ambienti di vita di appartenenza (la famiglia, i coetanei, la scuola..) e, in ultima analisi, l' insieme dei valori culturali che sono veicolati da questi microsistemi e che contribuiscono nel loro insieme a dare significato all’esistenza unica di quel ragazzo (macrosistema). In particolar modo, le relazioni con i coetanei diventano le più importanti in questo periodo e rispondono all’esigenza di autonomia. I contesti extrafamiliari consentono di “interpretare” ruoli diversi da quelli da sempre “recitati” in famiglia, ma anche di scoprire aspetti di sé che non avevano ancora avuto modo di emergere.

Il passaggio che porta alla formazione della nuova identità è esaltante ma nello stesso tempo doloroso perché il ragazzo deve scegliere una prospettiva esistenziale unica, sapendo trovare una sintesi armonica e originale dei vari aspetti di sé. Chi ha superato la crisi in modo positivo (con le parole di Erikson), ha messo in atto un’esplorazione efficace delle possibilità presenti nei diversi ambienti vitali ed ha assunto in loro impegni seri. In altre parole, è stato capace di prendere una direzione ferma sugli impegni e di rinunciare ad altre alternative di vita possibili e che sentiva altrettanto gratificanti."

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